Illusioni cadute. Il tempo lento della consapevolezza

Michelangelo mi ha insegnato il valore della parola.

Appassionato di dibattiti giudiziari – nelle aule di tribunale – e di confronti parlamentari, anche aspri, Michelangelo adorava la retorica. Adorava la voce alta e squillante. Adorava l’incanto del raccontare.

Lo conobbi che avevo 27 anni, al quotidiano L’Arena di Verona. Era l’estate del 1984. 

Io lavoravo come giornalista sostituto, alla redazione Interni ed Esteri. Michelangelo Bellinetti era responsabile della pagina degli Spettacoli.

Aveva oltre 15 anni più di me. Vista la sua autorevolezza, competenza e classe sociale, mi avrebbe potuto trattare come un fattorino. Di quelli che i giornalisti cafoni mandano al bar, a farsi prendere i panini con le bibite.

Michelangelo (che tutti abbiamo sempre chiamato Mike), invece, mi trattò da pari. E mi prese a ben volere.

La nostra amicizia è durata molti anni. E dura ancora oggi, anche se Mike non c’è più ormai da troppo tempo.

Mike credeva nella parola. E mi ha trasmesso la passione per la parola: scritta; oppure pronunciata a voce alta; appassionata, incalzante, severa e dura se serve. Ma anche dolce e innamorata.

La parola. La parola. La parola.

Dopo i 53 secondi delle illusioni, siamo arrivati al momento della verità.

Il 54° secondo è il tempo dello svelamento. Ci ama la donna che amiamo da troppo tempo? Ci scriverà? Manifesterà i suoi sentimenti?

La parola. La parola. La parola.

Ci ama l’uomo a cui teniamo da così tanto tempo? Ripeterà quelle frasi imbarazzanti, che ci hanno tanto conquistato; e ci aiutano a vivere e ci cullano nelle notti del disincanto?

Riusciremo ad avere il semaforo verde per la nostra sceneggiatura?

Quel caso giudiziario per cui tanto abbiamo sudato, pianto e faticato, vedrà alla fine la luce della verità? Quella verità che solo una serie tv può accendere?

Il 54° secondo

Il 54° secondo è spesso il tempo della delusione. Ecco, allora, che dopo il lago dell’amarezza – al secondo 54 – un sentimento nuovo ci coglie.

C’è un qualcosa che smette di farci barcollare. Il nostro incedere è più lento e più saldo.

Non abbiamo i tentennamenti di un tempo, né le fughe precipitose in avanti; e neppure l’immobilità del lago amaro.

È arrivato il tempo della consapevolezza. E qui, siamo chiamati a testimoniarla quella consapevolezza.

Ecco che la parola si ferma. E abbracciamo il silenzio.

Tengo un sueño que no sueña en otra cosaQue no sea no soñar con tu cinturaLa tristeza se me ha puesto vanidosaY me estoy acostumbrando a esta tortura.

Mi nostalgia fuma porros en la HabanaY en la Antigua aún da saltos mi pelotaCon tu nombre no se llena el crucigramaY el amor nunca es amor si no es idiota.

Y quiero escapar, quizás
Quiero olvidar, tal vez
Quiero estar solo
Y dejar que el silencio se ocupe de mi.

Come nella canzone El amor que me tenia, del cantautore guatemalteco Ricardo Arjona, lasciamo che il silenzio si occupi di noi.
 

L’ambiente della consapevolezza

Oltre alla parola, c’era una precisa espressione che Mike citava sempre: la consapevolezza.
 
Era il suo invito a noi giornalisti e giornaliste – parlando di consapevolezza civile – di avere coscienza di chi siamo, del ruolo che ci spetta, della missione che ci attende.
 
Michelangelo, tuttavia, non distingueva tra l’essere un giornalista di mestiere e l’essere un giornalista come persona. L’uno non poteva stare senza l’altro, mi ha insegnato.
 
La consapevolezza. La consapevolezza. La consapevolezza.
 
Al 54° secondo, quando il verdetto – come spesso accade – ci è infausto, non ci resta che piegarci verso la nostra interiorità.
 
Ascoltiamo chi siamo. Prendiamo coscienza delle nostre narrazioni interne, delle storie che ci raccontiamo.
 
La consapevolezza è tale se è un momento di verità. 
 
Mi viene in mente un certo giorno d’inverno del 1989, mentre ero sul lago di Garda, a Torri del Benaco, sulla sponda veronese, dove vi vivevo da pochi mesi.
 
Avevo chiesto prima a Lucia e poi a Giulia, due mie compagne di un corso di giornalismo, di uscire.
 
Con Lucia eravamo usciti a pranzo, una domenica. Lei si era lasciata da poco con un fidanzato violinista.
 
Ascoltandola, osservandola, sentendone le vibrazioni, capii che non era il tipo di donna che cercavo.
 
Con Giulia uscimmo in gruppo. Lei si sedeva sempre vicino a me, a lezione come al ristorante con gli amici della classe di giornalismo. Non mi mollava un attimo.
Era una bellissima mora mediterranea, originaria della Puglia.
 
Le chiesi di uscire, un sabato. Risposta negativa. Glielo richiesi due sabati dopo. Risposta negativa. 
 
Buffe, le sue risposte, a pensarci bene. Un paio di anni dopo scoprii che, invece, lei era innamorata di me.
 
Io presi le mie emozioni su Lucia e i rifiuti di uscire di Giulia molto sul serio.
 
Mi dissi: “Fermiamo tutto. Non facciamoci inghiottire dalla fretta di riempire i vuoti della nostra vita. Meritiamo silenzio, quieta riflessione e solitudine”.
 
Ecco. La consapevolezza è proprio questo: silenzio operoso, tranquillità riflessiva e solitudine creativa.
 
La donna che non ci amerà. L’uomo che non ci vorrà. La casa di produzione che ignorerà tutte le nostre belle storie.
 
Tutti costoro piano piano usciranno dalla nostra vita. Oppure, chissà, li incroceremo da qualche altra parte.
 

Un modo diverso di vivere con noi stessi

Restiamo con la nostra solitudine. Restiamo con la nostra riflessione quieta. Restiamo con il nostro silenzio.
 
Nella consapevolezza, la nostra mente non scappa verso la disperazione. Non si inventa balle per ingannarci. Non si ubriaca di rabbia e dolore e senso della sconfitta.
 
La consapevolezza, al 54° secondo, ci regala un modo nuovo di viverci. Ci fa abbracciare noi stessi. E ci apre a una diversa prospettiva.
 
Non vediamo ancora il futuro. La prospettiva non è tracciata sull’affresco del nostro vivere. L’abbiamo, infatti, alle spalle.
 
La consapevolezza ci consegna a un nostro diverso noi. A un modo differente di essere, di vivere, di cogliere i volti, i profumi, i sapori attorno a noi.
 
Certo, la consapevolezza – come le altre emozioni (rabbia, tristezza, dolore…) – è una scelta. Non ce la impone nessuno.
 
Non abbiamo sceneggiatori e registi fuori di noi, che dettano il nostro film dei sentimenti e delle emozioni.
 
Siamo noi, pur che lo vogliamo, ad avere il Potere.
 

Il ritorno al passato

La scelta della consapevolezza ti riporta, con il suo silenzio, al passato. È un ritorno alle origini, un salto all’indietro per poi ripartire. 

Davanti ti si spalanca la donna o l’uomo che sei stato. 

È come tornare bambini. Con la differenza che il ritorno alle origini non è un tornare ad essere ciò che si era. 

Tornare alle origini, è – per dirla con il filosofo tedesco Hegel (1770-1831) – una sintesi che supera la tesi del passato remoto, e l’antitesi del tempo in cui siamo stati fino a ieri.

Il ritorno alle origini ci consegna a una nuova sintesi. E a un futuro che non avevamo previsto.

Maurizio F. Corte
(parte 22 – continua)

*** Gli articoli sul “ciclo delle Illusioni” li trovi nella sezione Pratico di Nessuno™ di questo blog

  • Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management
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Franco Battiato – Un’altra vita