Illusioni cadute. Quella canzone che risuona dentro di noi

Nei momenti dedicati ai ricordi, mia madre Maria – sposata a mio papà Walter dal maggio del 1956 – mi raccontava di come mio padre l’avesse conquistata anche con la musica.

Mio padre aveva una voce melodica e potente. Si metteva, così, sotto le finestra di Maria e le faceva una serenata, cantando a cappella.

Walter, che di mestiere faceva il meccanico, non ha mai preso uno strumento musicale in mano sua. Eppure la musica faceva parte della sua vita.

Ricordo quando, il sabato sera con me e mia sorella Patrizia bambini, si andava a cena in qualche trattoria di paese.

Con noi veniva anche una coppia di gemelli, amici dei miei genitori. Erano due eccellenti strumentisti: suonavano la fisarmonica. Uno dei due leggeva lo spartito; l’altro suonava a orecchio.

Finita la cena, cominciavano le danze. Verso le 23, poi toccava alle canzoni. Mio papà Walter era il cantante e interpretava le canzoni di Claudio Villa, il suo idolo.

Walter aveva, tuttavia, un voce molto più bella, più calda, più avvolgente di Villa. Il suo cavallo di battaglia, che teneva sempre per ultimo, era Granada. 

Granada è un pezzo assai impegnativo, sia per la tenuta melodica che per la potenza di voce che richiede.

Quella musica che risuona dentro di noi

Al 54° secondo, quando le illusioni sono crollate, ci può capitare in dono la migliore delle sorti: quella di sentire una canzone risuonare dentro di noi.

Può essere una canzone inventata, lì per lì, senza testo. Oppure una vera canzone, composta da qualcuno che lo fa per mestiere.

I 53 secondi – il tempo delle illusioni – sono alle nostre spalle.

La donna (o l’uomo) che amiamo ci ha lasciato da qualche parte.

L’attesa lettera della casa di produzione, con la mancata offerta di realizzare la nostra sceneggiatura, è accartocciata nel cestino delle carte stracce.

Tutto è perduto. O, forse, tutto non c’è mai stato, se non nella nostra fantasia.

Del resto, durante il tempo delle illusioni noi stiamo vincendo. Nessuno ci può togliere quel tempo vittorioso. E nessuno può toglierci il ricordo di quella vittoria che era nella nostra mente.

Ecco allora che,a l 54° secondo, l’eco di quell’illusione può trasformarsi in musica dentro di noi. In canzone.

Come canta Francesco Guccini, nel pezzo Canzone, inciso nel 2004…

La canzone è una vaga farfalla
che vola via nell’aria leggera,
una macchia azzurra, una rosa gialla,
un respiro di vento la sera,
una lucciola accesa in un prato,
un sospiro fatto di niente.

Ma qualche volta se ti ha afferrato
ti rimane per sempre in mente
e la scrive gente quasi normale
ma con l’anima come un bambino
che ogni tanto si mette le ali
e con le parole gioca a rimpiattino.

Quella musica rimbalza nel nostro cuore, portandoci come un vento di consolazione.

L’amarezza sfuma come la foschia nella tarda mattinata, vinta dal sole dell’imminente primavera. Quel sole che riverbera sugli azzurri fiori di campo.

La sconfitta si sbriciola, come se una nuova illusione ci venisse a coccolare.

Ci compare l’immagine di lei (o di lui) accompagnata da versi e melodia. È una sorta di miracolo laico, che viene da chissà dove.

Alla fine della festa

È così che mi è nata la canzone Alla fine della festa, composta alla chitarra – parole e musica tutte d’un fiato – a Torri del Benaco, sul lago di Garda, agli inizi del 1990.

Vivevo da neo single in un piccolo appartamento che dava sul porticciolo di Torri, sulla sponda veronese del lago.

L’illusione di poter uscire con una certa donna era appena sfumata. Martina aveva risposto in modo negativo alla mia seconda proposta di vederci un sabato sera.

Per consolarmi e coccolarmi, allora, mi ero messo alla chitarra.

E ora che è finita la festa
E ora che ce ne andiamo
Tu hai un leggero mal di testa
Io bevo del vino piano piano.

Chissà, ci incontreremo
Durante questa estate?
Chissà, ci sentiremo
O faremo vite separate?
Chissà, ci mancheremo
Forse… non lo so,
chissà, ci rivedremo
o forse vivremo… però…
vivremo… però…

E ora che ti ho qui davanti
Quante cose dirti vorrei,
sono gli ultimi istanti
dopo un poco me ne andrei.
Ma avrei ancora nella testa
Tante cose da dire,
avrei ancora nel mio cuore
tante cose di cui parlare,
da raccontare.

Le tante cose da raccontare, di cui parlare, riecheggiavano dentro di me. 

Vedevo Martina camminare per la sua città. La sognavo che ci si incontrava da qualche parte. Coglievo la mia solitudine, ma nel contempo la cantavo. E mi sentivo consolato.

Era un modo per ritornare sull’illusione di un rapporto che non ci sarebbe mai stato, salvo scoprire pochi anni dopo che quella donna che aveva rifiutato di uscire con me… era innamorata, nel profondo, proprio di me.

Il richiamo all’autenticità

La canzone che risuona dentro di noi – così come Alla fine della festa risuonava dentro di me, nel mentre la componevo nel 1990 – è un modo per connetterci con il tesoro più grande che possediamo: quello dell’autenticità, del vedere le cose per come sono, dell’accettare quanto proviamo.

Ecco, allora, che dopo la canzone che risuona – al 54° secondo, finito il tempo delle illusioni – si apre un squarcio davanti a noi.

Il velo dell’amarezza, il lento gocciolare della melodia, il lieve oscillare dello smarrimento si fanno da parte. E la sincerità, come un gradito ospite, viene a trovare albergo nella nostra anima.

Maurizio F. Corte
(27 – continua)

*** Gli articoli sulle illusioni li trovi nella sezione “Il Ciclo delle Illusioni”

Canzone – Alla fine della festa

Testo e musica originali composti da Maurizio F. Corte, nel 1990, a Torri del Benaco (Verona).

Voce, arrangiamenti e video realizzati con Suno AI, il modello di Intelligenza artificiale per comporre e arrangiare musica e canzoni.

Voce, arrangiamenti e video sono stati realizzati sulla base del testo, della melodia e sotto la direzione di Maurizio F. Corte.

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