Il Pozzo dell’Amore e il coraggio della vulnerabilità

La calda luce di marzo, a Verona, in certi giorni sa essere rivelatrice della primavera che arriva. In altri giorni, si ritrae e si tinge di grigio come se fosse un rigurgito d’autunno, e di chiusura.

Quando si rivela primaverile, la luce scaligera colpisce il marmo rosato e le pietre logore del Foro Romano. Là dove si trova il Pozzo dell’Amore, quello della leggenda di Isabella e Corrado.

La luce mette allora a nudo ogni crepa, ogni segno del tempo.

In questo marzo contemporaneo, mi accorgo che quella luce somiglia molto alla comunicazione più autentica: non consola, ma svela. 

Diventa una guida alle profondità della nostra anima.

Ecco che il Pozzo dell’Amore – dopo averlo visto come luogo di verità, come meccanismo di relazione e come tempo dell’attesa – oggi diventa uno dei nuclei più incandescenti della leggenda: quello della vulnerabilità.

Corrado: l’eroismo come maschera della paura

Torniamo a lui, al nostro Corrado. Lo abbiamo visto gettarsi nel gelo di febbraio per una sfida verso Isabella, la nobildonna del Casato dei Donati.

Per centinaia di anni abbiamo letto quel gesto come un atto di estremo coraggio passionale. L’abbiamo visto come la scelta di un uomo perdutamente innamorato, messo alle corde dalla donna amata.

Eppure, se lo guardiamo da un’altra angolazione – quella della luce che annuncia la primavera imminente – cosa potremmo notare?

Vedremmo un uomo che non sopporta il peso della propria fragilità.

Corrado si butta, allora, nel Pozzo dell’Amore perché è più facile morire in un atto eroico che restare sul bordo del pozzo a dire: “Isabella, con i tuoi gesti e le tue parole hai provocato in me un mare di amarezza. Il tuo silenzio mi fa sentire solo, nudo e smarrito”.

Inutile che ce lo nascondiamo. Possiamo arrivare a leggere il salto di Corrado nella gelida acqua del pozzo – davanti a Isabella e alle sue damigelle – come una fuga.

È la fuga dalla vulnerabilità.

Sin dall’educazione familiare, e poi ancora nella cultura popolare delle canzoni e dei giornali, ci hanno insegnato che essere vulnerabili significa essere deboli. Ma è l’esatto contrario.

La vera debolezza è quella di chi si nasconde dietro un’armatura di certezze. È quella di chi non ammette mai il dubbio. È quella di chi – come il soldato Corrado – preferisce l’abisso al confronto disarmato.

La prigione di Isabella e la paura di “sentire”

E cosa possiamo dire della nobildonna Isabella, silenziosa e distaccata di fronte all’amore di Corrado?

È facile criticare il suo distacco. È facile mettere sotto accusa il suo gelido silenzio. È altrettanto facile trovare incomprensibile il suo comportamento.

Cosa le costava sbattere in faccia al soldato Corrado di San Bonifazio la verità: “Non vi amo. Statemi lontano. E cercate altrove”.

Oppure, Isabella poteva – se non di dichiarare in modo aperto – almeno lanciare un segnale, per quanto timido, sul suo amore per il focoso veronese.

Ora sappiamo che la freddezza di lei, come possiamo bene immaginare, era una forma di difesa. Difesa da che cosa? ci viene da chiederci.

La difesa di Isabella è cagionata dalla possibilità di essere ferita.

Isabella lancia la sfida al soldato – che la corteggia in modo sfacciato – perché teme che, aprendo il cuore, potrebbe perdere il controllo della propria vita.

È una dinamica che vediamo di frequente nelle relazioni umane e persino nel mondo dei media: abbiamo una paura fottuta che la verità ci renda troppo esposti.

Allora ci si barrichiamo dietro l’ironia, dietro la sfida, dietro una comunicazione che è un continuo “test” per l’altro.

E in questo modo speriamo che sia l’altra persona a fare il primo passo verso il pozzo del rischio.

Il fatto è che la comunicazione autentica non è un test di resistenza. È la disponibilità a mostrare le proprie crepe interiori. Ad aprire le finestre verso la nostra fragilità.

Ecco cosa scrive Guido Cavalcanti, poeta del Dolce Stil Novo, nel sonetto Tu m’ài sì piena di dolor la mente:

Tu m’ài sì piena di dolor la mente
che l’anima si briga di partire,
e li sospir che manda il cor dolente
mostrano a li occhi che non pon soffrire.

Amor, che lo tuo grande valor sente,
dice: — mi duol che ti convien morire
per questa fera donna, che neente
par che pietade di te voglia udire.

Io vo come colui ch’è fuor di vita,
che pare, a chi lo sguarda, c’omo sia
fatto di rame o di pietra o di legno,

che sè conduca sol per maestria,
e porti ne lo core una ferita
che sia, com’egli è morto, aperto segno.

Qui Cavalcanti parla alla donna amata in via diretta.

Usando il “tu”, le rivela che lei lo ha fatto così tanto soffrire, che egli ormai non desidera altro che morire.

Poi rivela, smarrito, che tutti d’attorno vedono che la sofferenza del suo cuore non può continuare. 

Il Pozzo dell’Amore come specchio delle nostre fragilità

Vivere lo sconcerto, come mi è capitato nell’estate del 2025, significa accettare di essere vulnerabili.

Significa ammettere che non abbiamo tutte le risposte, che il nostro mestiere di vivere – per dirla con Cesare Pavese – ci mette in modo costante di fronte al nostro limite.

Il Pozzo dell’Amore – tornando alla leggenda di Corrado e Isabella – non è solo un buco nel terreno; è uno specchio.

Quando ci sporgiamo dal muretto di pietra che delimita il pozzo, non vediamo solo l’acqua scura e gelida.

Vediamo anche il riflesso del nostro volto, segnato dalle rughe delle delusioni e dalle ombre dei nostri silenzi.

La vulnerabilità è quel momento in cui smettiamo di recitare il ruolo del “vincitore” o della “vittima”; e cominciamo a parlare come persone.

La vulnerabilità è la sincerità di Guido Cavalcanti, nel raccontare il suo dolore senza più filtri.

La vulnerabilità è la scelta di Corrado se, invece di saltare, decide compiuto una scelta differente.

La scelta diversa di Corrado è semplice, quanto faticosa: posare la spada di soldato a terra, togliersi l’elmo di freddo netallo; e mostrare a Isabella le lacrime del suo sconcerto.

La vulnerabilità nel lavoro: un’etica del rispetto

Come professionista del giornalismo e della comunicazione, mi è stato quasi sempre chiesto di essere asettico, distaccato, quasi invulnerabile.

Tuttavia, mi chiedo, che valore ha una comunicazione che non si lascia toccare dal dolore dell’altro; o dalla propria verità interiore?

La dignità della persona è uno dei punti di riferimento del giornalismo interculturale e della comunicazione interculturale nei media. Ebbene, come può esserci rispetto per la dignità altrui se non riconosciamo la nostra stessa vulnerabilità?

Una scrittura al servizio della persona è una scrittura che “sente” la vita; e sente le relazioni sulla propria pelle.

Una scrittura al servizio della persona è una scrittura che si sporca le mani con la complessità del reale; e che accetta la sofferenza della propria imperfezione.

Essere vulnerabili nel comunicare significa, allora, ammettere l’errore e le proprie fragilità, senza cercare scuse.

Significa dichiarare il proprio punto di vista, senza imporlo come verità assoluta.

Significa ascoltare il silenzio dell’altro, senza l’urgenza di riempirlo con il rumore della comunicazione mediatica.

Il coraggio di restare sul bordo

La vera lezione che Corrado e Isabella – rimodulati nelle loro azioni – possono lasciarci non è la loro morte.

I due innamorati della Verona del Cinquecento, sotto il Sacro Romano Impego dell’imperatore Massimiliano, ci insegnano la possibilità di una vita condivisa nella fragilità. Nella vulnerabilità. Nella consapevolezza dell’impossibilità di stare senza le altre persone.

Mi piace, allora, immaginare il soldato Corrado di San Bonifazio che si spoglia della sua armatura e dice alla donna amata: “Isabella, ho paura che tu non mi ami, e questa paura mi toglie il respiro”.

Immagino la nobildonna Isabella del Casato dei Donati che ribatte, sussurrando: “Corrado, ho paura che se ti apro la porta del mio cuore, tu vedrai quanto sono fragile e smarrita”.

Questo è il coraggio che serve nel nostro tempo, fatto di violenza agita e raccontata; sostanziato di barriere e muri sempre più alti, malgrado computer e cellulari.

In un mondo dominato da un’Intelligenza Artificiale che tutto collega, e da algoritmi che cercano di prevedere tutto, la vulnerabilità resta uno dei pochi spazi dell’autentico umano.

L’algoritmo non può essere vulnerabile; noi sì. Le armi non possono essere vulnerabili; noi sì. La tecnica non può essere vulnerabile; noi sì.

Lo sconcerto – allora – non è un nemico da sconfiggere. È invece un compagno di viaggio che ci ricorda che siamo vivi.

È l’energia che nasce quando smettiamo di fingere con noi stessi; e prendiamo atto del nostro dolore, quello che ci rende frangibili come il vetro sottile di un calice di cristallo.

Un esercizio di umanità

Tutto questo è pratico di nessuno, perché non esiste un manuale che ti insegni a essere vulnerabile.

È un artigianato del cuore. È un’officina, satura di odori di lavoro e silenzio operoso, come accadeva nell’autofficina di Walter, mio papà.

Ci chiede di scendere nel pozzo ogni giorno, un centimetro alla volta, con la corda della consapevolezza, il coraggio della verità e la carrucola della pazienza.

La vita, le relazioni, l’amore tra persone, del resto, non sono contratti di assicurazione. Sono un salto senza rete, dove l’unica certezza è la comunicazione con l’altro.

Perché, come ci ricorda la Scuola di Palo Altonon si può non comunicare.

Ebbene, l’unica certezza siamo noi stessi, nel momento in cui decidiamo di non nasconderci più.

Verso un incontro possibile

Mentre la luce di marzo inizia a calare dietro i tetti di coccio rossastro del centro di Verona, penso al Pozzo dell’Amore.

Vado con la mente e la memoria a Piazza delle Erbe. Entro a piedi in Corso Porta Borsari. Svolto a sinistra e osservo il pozzo di Corrado e Isabella, adornato di lucchetti segno d’amore eterno.

È in quel momento che mi rendo conto di come ci sia una via d’uscita dal gioco degli equivoci.

La via d’uscita non è il salto eroico dentro il pozzo e l’acqua gelida, in una gelida mattina di febbraio del primo Cinquecento.

La via d’uscita è la mano tesa.

Essere vulnerabili è la condizione necessaria per l’incontro.

Se sono invulnerabile, non posso essere toccato. E se non posso essere toccato, non posso amare né comunicare in modo autentico.

Corrado e Isabella che si gettano nel pozzo hanno scelto l’eternità della leggenda. Questo è poco, ma sicuro.

Tuttavia, i due innamorati hanno così rinunciato alla quotidianità dell’abbraccio. Alla quotidianità dell’incontro; e alla quotidiana comprensione.

Noi possiamo scegliere in maniera differente.

Noi possiamo scegliere di restare sul bordo del pozzo, magari tremanti, sconcertati, vulnerabili. Ma finalmente capaci di dialogare, di guardarci negli occhi senza timore, di scioglierci nell’abbraccio.

Maurizio F. Corte
(4 – continua)

*** Qui trovi gli articoli sul “Pozzo dell’Amore”

Lucio Battisti – Vendo casa