C’è un’intima convinzione che porto dentro di me, da molti anni. Riguarda il caso giudiziario su cui lavoro dal 2010: la vicenda di Milena Sutter e di Lorenzo Bozano.
Il racconto dei media sulla tragica fine di Milena, 13 anni, nel maggio del 1971 a Genova, lo leggo, oggi, come una grande messa in scena.
È un racconto seducente, affascinante e falso come una banconota da 11 euro.
Lo stesso vale, a mio parere, per il ruolo assegnato a Lorenzo Bozano, morto a fine giugno del 2021, con sulle spalle una condanna all’ergastolo per avere sequestrato e ucciso Milena.
Anche qui, a mio parere, siamo di fronte a un racconto mendace.
Insomma, considero il caso di Milena Sutter e di Lorenzo Bozano come una geniale operazione di storytelling.
Anzi, io questo tipo di racconto falso l’ho etichettato con un neologismo: storyballing.
Lo storyballing è il mettere assieme una serie di bugie (di “balle”, appunto) per coprire la verità. E il farlo con la tecnica seduttiva e la drammaturgia dello storytelling, quello che ci incanta con il fascino e il meccanismo del raccontare storie.
Lo storytelling è incolpevole: è un modo coinvolgente di raccontare la verità, nella sua versione onesta, veritiera e leale.
Diventa storyballing quando alla verità si sostituisce la menzogna. Insomma, un misto di fake news e di deepfake.
Di tutto questo parlo nel podcast Il Colpevole Perfetto, dedicato alla vicenda genovese che scosse decine di milioni di italiani, negli Anni Settanta.
Le illusioni e la loro caduta
Il tempo delle illusioni è fatto di 53 secondi. In quel lasso di tempo stiamo vincendo.
Nessuno può toglierci l’incanto del sogno, che nell’illusione si fa realtà percepita, gioia vissuta, vita autentica.
Al 54° secondo, tuttavia, c’è il momento dello svelamento. E sappiamo per esperienza che nove volte su dieci… l’illusione si schianta contro la dura realtà della vita.
La nostra reazione di fronte alla caduta delle illusioni assume, in quel momento, varie forme: la rabbia, il sogno, una canzone, la rivincita, la triste rinuncia. E via con le altre reazioni che ho raccontato negli altri articoli.
La sincerità è stata l’ultima delle reazioni che abbiamo visto.
Il dono della verità è una delle forme più nobili di consolazione, di fronte al momento in cui l’illusione si è dissolta come foschia nel mattino inoltrato.
Purtroppo, un lato della medaglia si accompagna sempre al suo contrario.
Accade, così, che al momento della sincerità – nel punto in cui l’illusione crolla – succeda il momento della menzogna.
Il racconto mendace che consola
Non mi è mai piaciuto raccontare bugie. Per un paio di buoni motivi.
Il motivo principale è che i miei studi filosofici mi hanno portato a cercare la verità.
Come giornalista, poi, ho fatto mia la prescrizione del perseguire la verità sostanziale dei fatti.
Il dialogo, in cui credo nell’approccio interculturale, è inoltre sostanziato di verità. Altrimenti è solo dissimulazione, inganno e incomprensione.
Ricordo quando, in terza liceo scientifico, incontrai sulla mia strada, per la prima volta, la Filosofia.
Il professor Giovanni Fiorentino, al liceo scientifico Girolamo Fracascoro, a Verona, organizzava le interrogazioni in modo programmato.
Era come all’università. Avevamo appelli pomeridiani dove si portava la parte di programma studiata.
Quel pomeriggio d’inverno del 1974, con il sole che stava tramontando ormai fuori delle finestre dell’aula della III D, Fiorentino mi chiese dei Presocratici e poi di Socrate e Platone.
Alla fine, arrivò il verdetto: 8.
Da noi non si usava, in nessuna materia, dare 10. I 9 erano rarissimi, dato che avevano il valore di punteggio con lode.
Il professor Fiorentino si appuntò su un foglietto, con la sua scrittura minuta, il numero 8. Poi vi aggiunse una domanda: “Ottima capacità di ragionamento? Oppure di ripetizione?”.
Il mio era ragionamento. Per questo, negli anni, sono stato il migliore della classe in Filosofia e in Letteratura Italiana. E ho studiato Filosofia all’università.
Eppure, nonostante la mia passione per la verità… ogni tanto me la racconto.
Il racconto mendace, falso, senza fondamento – costruito in assoluta buonafede per se stessi – ha una precisa funzione, del resto: la funzione di consolarci.
Molti anni fa, quando ero bambino e in vacanza a Valli del Pasubio, sulla montagna vicentina, con i miei genitori e mia sorella, sentii raccontare un fatto che mi turbò.
Nella vecchia casa di montagna dove alloggiavamo una giovane donna si era impiccata molti anni prima.
Circolava pure l’idea che il suo spirito vagasse tra le stanze e il granaio di quell’edificio contadino.
Nonostante quella fosse l’amara verità dei fatti, io cominciai a dubitare della notizia del suicidio.
Fu così che raccontai, parlandone con gli amici trovati sul posto, che di sicuro quella giovane donna era morta in un incidente stradale.
Dicevo che Lisetta – così l’avevo chiamata, fingendo di conoscerne il nome – una sera era uscita di strada in bicicletta, a causa del buio. E si era spezzata l’osso del collo rotolando giù per il dirupo.
Il collo, la poverina, se l’era di sicuro rotto. Ma era stato un suicidio.
Non c’era il buio quel giorno, se non nella sua mente addolorata. Non c’era la bicicletta. E l’unico dirupo era solo nel suo cuore.
Raccontare dell’incidente mi faceva sopportare il dolore della cruda realtà: una giovane donna – forse bella, forse con figli e un amore che l’attendevano nel futuro – aveva rinunciato a tutto. E si era abbandonata ai suoi fantasmi.
Il ruolo della menzogna
La bugia ci aiuta a dissimulare. Ci consente di evitare brutte figure. Ci sostiene nell’attraversare un processo; oppure un imbarazzo.
Il racconto bugiardo fa, invece, molto di più. Costruisce mondi, con personaggi, eventi e situazioni.
Ecco cosa scriveva la poetessa statunitense Emily Dickinson (1830-1886), a proposito della verità.
Di’ tutta la verità ma dilla obliqua
Il successo sta in un Circuito
Troppo brillante per la nostra malferma Delizia
La superba sorpresa della Verità
Come un Fulmine ai Bambini chiarito
Con tenere spiegazioni
La Verità deve abbagliare gradualmente
O tutti sarebbero ciechi
L’abbaglio della verità è lo stesso abbagliare che ci investe quando le illusioni sono cadute, al secondo 54. E ci si sbatte fronte il vero, il reale, la fine dell’illusorio.
Ecco, allora, che il racconto menzognero ci viene in soccorso.
Nel racconto mettiamo insieme personaggi, situazioni, ambienti. Non è una piccola falsità, un dato inventato, un nome falsificato.
Il racconto bugiardo è un mondo che non esiste. È un mondo che noi facciamo vivere, per sopportare la fatica del vivere dopo il crollo delle illusioni.
Possiamo dire che il falso racconto – come il falso movimento – è un modo geniale di scappare dalla disperazione dell’immobile realtà.
La realtà immobile e sgradita ci delude, ci toglie il respiro, si provoca un’ansia infinita. E, così, ci inventiamo storie fasulle.
Non possiamo, tuttavia, vivere a lungo nel racconto mendace.
Scatta lo stesso meccanismo che vediamo nelle illusioni: a un certo punto, la verità si svela. Come direbbe Emily Dickinson, ci abbaglia. E ci travolge.
L’abbaglio è il segnale che lo storyballing ha esaurito il suo potenziale.
Proprio nel momento in cui la funzione del racconto falso si esaurisce, ecco tuttavia – al secondo 54, finite le illusioni – la nostra ennesima via d’uscita: la terra bruciata.
Come il fuoco e il fumo sul terreno rinnovano la terra del contadino, per collocarvi e coltivarvi nuove piante e un nuovo futuro, allo stesso modo il fare terra bruciata ci consente di guardare avanti. E di tornare a sperare.
Maurizio F. Corte
(29 – continua)
- Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management
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