Quel pomeriggio di luglio, fuori dell’officina, mio padre Walter mi fulminò con i suoi occhi azzurri. Azzurri come il mare chiaro di Sirolo, negli assolati giorni d’estate.
Aveva appena salutato un cliente, dopo il lavaggio di una vecchia Ford Cortina, una berlina bianca, di proprietà di un anziano medico.
Era una macchina, la Cortina, dai lineamenti pacchiani tipici degli americani, e che aveva conosciuto tempi migliori.
Non c’era stato tempo di lavarla anche sotto i parafanghi. E così non si era riusciti a passarla con il grafitaggio, che serve a rendere più fluidi i movimenti delle parti cigolanti di un veicolo.
“Signor Walter, quanto le devo per il lavaggio con grafitaggio?”, aveva chiesto il medico.
Mio padre, ben sapendo che non si era potuto andare nel sottoscocca, rispose rapido: “Sono 9 mila lire, dottore”.
Il medico pagò. Salì sulla sua orrenda Cortina, con la stessa soddisfazione con cui mio padre sarebbe salito su una Mercedes coupè Pagoda. E andò rapido, in retromarcia, fuori dell’officina.
“Ma io non ho fatto a tempo a lavorare sul sottoscocca”, dissi d’istinto, mentre la Cortina faceva manovra per immettersi sulla strada comunale di Verona.
Avevo tredici anni e mezzo. E da un paio di estati andavo, da giugno a fine luglio, in officina con papà.
Mamma Maria non voleva che noi bambini si cazzeggiasse, durante l’estate. C’era una concezione quasi calvinista (il faticare come benedizione divina) del lavoro.
Era impossibile diventare fankazzisti, a casa nostra.
La grave infrazione – in quel giorno di luglio che mi presi l’occhiata furente di papà – era che avevo detto la verità. Ero stato sincero.
Papà Walter era una persona onesta. Da lui ho imparato l’etica per il lavoro, l’amore per il calcio (che non ho più), la passione per i cavalli (abbiamo avuto almeno sei pony, a casa nei vari anni). E ho imparato l’intelligenza critica e l’acutezza di visione.
Quel giorno, papà aveva mentito al dottore, non per duemila lire in più di incasso. Ma perché non voleva deludere la soddisfazione che l’anziano medico metteva nel guidare la sua Ford Cortina.
La mia sincerità, insomma, si era schiantata contro l’empatia verso un anziano dottore, a cui papà non voleva negare il piacere di sapere che la Ford era a posto.
La sincerità che ci fa chiudere le finestre
Il tempo delle illusioni dura 53 secondi. Quando la sincerità si affaccia sulla nostra vita, al secondo 54°, può suscitare una diversa reazione, rispetto all’apertura dello sguardo.
La sincerità di un sentimento – anche espressa da una persona che amiamo nel profondo della nostra anima – può destabilizzarci. E può farci chiudere le nostre finestre sul mondo.
Imbarazzati. Bloccati come davanti a un ghepardo che ci fissa negli occhi. Tremanti come in una notte di pioggia gelida. Così ci ritroviamo, talvolta, di fronte alla sincerità.
Il nostro pensiero si fa ad angolo acuto. Ma non è l’acuità che fa rima con profondità.
È l’acuto dell’angolo che impedisce di vedere e di agire oltre il nostro naso.
Sulla sincerità, nella Recherche, Marcel Proust getta del resto una luce sinistra.
La considera impossibile, là dove vi sia un sentimento d’amore in mezzo.
Nella parte di romanzo intitolata La Prigioniera, Proust parla del suo amore per Albertine. E ci ammonisce sul fatto che la confessione sincera e spontanea è possibile soltanto quando manca un coinvolgimento amoroso.
Scrive Proust: “Mi ricordavo, avevo conosciuto una prima Albertine, poi bruscamente lei si era trasformata in un’altra, quella di adesso. E del cambiamento, potevo ritenere responsabile soltanto me stesso”.
Poi prosegue: “Tutto quello che mi avrebbe confessato facilmente, poi volentieri, quando eravamo semplicemente buoni amici, aveva cessato di manifestarmelo dal momento in cui aveva creduto che io l’amassi, o, forse senza usare la parola Amore, aveva indovinato un sentimento inquisitorio che vuol sapere, soffre tuttavia di sapere, e cerca di sapere ancora di più. Da quel giorno, mi aveva nascosto tutto”.
Proust non possiamo contestarlo. Possiamo però dissentire, almeno in linea di principio.
Infatti, siamo davvero certi che il sentimento d’amore impedisca la scelta della verità, della sincerità e dello svelamento?
La sincerità che apre lo sguardo
Al 54° secondo il tempo delle illusioni si è concluso.
Le illusioni durano 53 secondi, lo sappiamo. Li ho cronometrati.
Sfumate le illusioni, arriva il momento del verdetto.
E sappiamo tutti che la fine delle illusioni coincide assai di rado con la loro conferma. O comunque con una bella notizia.
Dopo la canzone che ci riporta a tempi e atmosfere andati, eppure ancora rinnovabili; dopo la canzone che è di per sé un’illusione impastata di speranzosa predizione… eccoci di fronte alla verità.
Qualcuno – come feci io con il sottoscocca dell’auto del dottore – ci viene a dire in faccia come stanno le cose. E ce lo dice senza sconti.
Non è cattiveria. È che la verità fa parte della nostra essenza di umani.
Per questo detestiamo chi mente; e siamo poco contenti – a parte qualche personaggio strambo avvezzo alla menzogna – quando raccontiamo le bugie.
La sincerità, così sbattuta in faccia, ha comunque un suo vantaggio.
Sul momento può essere una sincerità scomoda, perché spesso la verità è scomoda.
Poi, lemme lemme, ci accorgiamo che l’uscita sincera di qualcuno è come lo svelarsi della realtà: ci apre lo sguardo a nuove prospettive.
La mia insegnante di italiano alla scuola media sosteneva – essendo io dialettofono e figlio di un meccano d’auto – che l’italiano non fosse il mio mestiere.
La sua sincerità era disarmante. La esprimeva con i voti e con l’atteggiamento di aperto disprezzo verso il mio scrivere; e verso il mio parlare.
Quella sincerità mi ha spinto a studiare la grammatica italiana come quasi nessuno ha mai fatto in classe mia, la classe A della scuola media Cesare Battisti di Verona.
Era una classe d’élite, dov’ero capitato grazie alle manovre di mia madre con la segreteria.
Quella sincerità mi ha fatto diventare il migliore della classe in italiano, al liceo scientifico Fracastoro, di Verona. Proprio io, dialettofono e figlio di un meccanico d’auto.
Per amore della sincerità, mi piace allora ricordare una poesia di Umberto Saba (1883-1957), Amai.
Amai trite parole che non uno
osava. M’incantò la rima fiore
amore,
la più antica difficile del mondo.
Amai la verità che giace al fondo,
quasi un sogno obliato, che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l’abbandona.
Amo te che mi ascolti e la mia buona
carta lasciata al fine del mio gioco.
Come scrive Alice Figini, sul magazine online SoloLibri, qui “Saba esprime gli ideali che hanno guidato tutta la sua vita: l’ostinata ricerca della verità e la passione del cuore che si esprime attraverso gesti e parole semplici”.
Cosa c’è di più semplice della sincerità? Proprio quella scelta che per Proust è impossibile, vista con la sensibilità del poeta diventa il punto più alto, e il significato, dell’esistenza umana.
Un assaggio di sincerità
Un assaggio di sincerità lo provai – molti anni fa, a Padova – nel rivedere Martina, che avevo conosciuto a un corso di giornalismo.
Quando conobbi Martina, nel 1989, lei aveva 18 anni e io 32.
“Più invecchi. E più diventi bello”, mi disse Martina, nell’incontro a Padova, guardandomi diritto negli occhi.
Nel dirmelo, il suo volto di donna del sud – capelli e occhi corvini, sorriso intelligente e a tratti ironico – si illuminò.
Mi fece piacere il darmi del “bello”, dato che lei mi vedeva così. Ero carino, a trent’anni. Questo sì. Ma darmi del “bello” era di sicuro eccessivo.
Mi piacque assai meno il sentirmi dire che “invecchiando diventavo bello”.
Si può essere considerati “vecchi” da una donna, solo perché hai una quindicina di anni più di lei?
Insomma, la sincerità, anche con le migliori intenzioni, può essere un esito poco gradito, alla fine del tempo delle illusioni.
Poi, con il passare del tempo, le dichiarazioni sincere si fanno storia. E allora le apprezzi come si apprezza un dono profondo.
C’è, però, qualcosa d’altro che può venirci a turbare – al secondo 54, ovvero nel tempo in cui la realtà ci si presenta nella sua ruvidezza.
Quel qualcosa d’altro ha il gusto salmastro proprio del manipolare la realtà.
È un gusto salmastro a cui i media del nostro tempo ci hanno abituati. E che ci assedia, specie nella politica e là dove si vogliono celare le ingiustizie sociali. E le discriminazioni.
Il gusto salmastro è l’esatto contrario della sincerità. E si porta addosso un’etichetta che non lascia spazio a interpretazioni.
Ecco allora che al secondo 54, quando sono crollate le illusioni, possiamo inciampare in quello che possiamo definire… il racconto falso. E maledettamente bugiardo.
Maurizio F. Corte
(28 – continua)
***Gli articoli sulle illusioni li trovi nella sezione “Il Ciclo delle Illusioni”
- Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management
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